Buone feste ❤️

 

Guardo sempre in alto, a volte metto i piedi storti, inciampo, mi riallineo. L’acqua che ristagna tra le fessure diventa gelo, nelle notti scure, nelle città crudeli, giudicanti su tutto quello che neppure sanno.
Provo ad affacciarmi e mi ritraggo colpita dal sole, è dicembre, il calore è solo apparenza, intermezzo, una pausa dal grigio senza vie di scampo.
Guardo questi rami intrecciati in ogni stagione, le nervature che hanno, non le conto. Non conto mai io, dev’essere stato questo il mio primo problema con la matematica. Non voglio contare. Non mi interessa quanti sono i rami, le foglie, gli anni, i minuti, le delusioni. Non conto niente.
Ho soltanto il numero tre, siamo tre più due e chi c’è, chi vuole esserci.
C’è il ciliegio grande che sta sempre di guardia qui dietro la casa, lui ha l’elenco delle cose confortanti, di quelle scritte o pensate, delle delusioni, delle constatazioni rotolate giù, dietro alla striscia di terra e piante selvatiche.
C’è una tregua che si interrompe sempre durante le festività, come se fossimo obbligati a vederci o parlarci. Allora, ecco che dobbiamo prenderci tutta questa armonia in stato di decomposizione, tenerla tra le mani, ingombrante e pesante.
Ricomincio ogni anno con lo sguardo lucido, ripetendomi che sarà migliore, che sarà diverso. Marzo poi fa sempre gennaio e la neve gela i fiori di pesco quando aprile è un inverno che non passa mai, perché ogni giornata storta e fredda sarà sempre un aprile, maledetto più di vent’anni fa.
Dicembre ha le lucine colorate accese anche di notte, qualche giornata di cielo limpido e quella stupida speranza che scavalcando una mezzanotte, si rompano i giorni brutti, le parole dette e cadute in cucina, sopra il tavolo.
Nessun anno nuovo però si rimangerà niente. Una volta uscite, le parole, il loro peso è una tonnellata, di fango di sassi di acqua, tutta poggiata davanti al vialetto di casa, della casa, su cui si posano sempre le foglie morte anche quando non c’è vento, quelle che se le tiri su con la pala sono come i ricordi e allora le lasci lì per forza. I ricordi si lasciano sempre lì, così come stanno. Alla fine, è lo stesso con le abitudini, non te ne accorgi più mentre il tempo passa, diventando, credi, di qualcun altro.
Ci sarà un babbo natale in piazza che consegnerà i regali e a me non piacerà, sarà magro, quindi non potrà avere trecento anni.
Torno bambina ogni notte, appena fa buio metto trappole di vetro alle finestre e chiudo tutto il mondo fuori dal cancello.
Serve una tregua nelle caselle segnate in rosso, recuperare qualche ritardo, servono i libri, i sorrisi e il camino acceso. Serve crederci che ci sia del buono anche dove lo sai che non ce n’è. Serve esercitarsi, a prendere una palla, a tirarla, a restare in equilibrio, a restare indifferente e soprattutto zitti.
Servirebbero bei giorni e inverni giusti, una misura esatta e
un augurio
sincero
di bene.
Auguri.

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