Chet [Ottava lettera]

Chet – Ottava lettera
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Mi faccio spazio nell’invisibile
Per imparare a vivere allo scoperto
Con la colpa di aver trasceso la metà giusta.
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Sono qui.
Sono arrivata fin qui masticando parole avanzate
con la colpa di aver trasceso la metà giusta, quella
che per tutti loro sarebbe dovuta rimanere com’era.
Mi sono adattata alla curvatura della forma di questo posto come
un sedimento calpestato male, un ingombro per un luogo
a cui non sarei dovuta appartenere.
Un’asfissia che indurisce, diventata capacità glaciale.
Ma dimmi, lo sai davvero cos’è che significa restare?
Inghiottire e sperperare tempo malato ti dico io.
Ho imparato una resistenza sconosciuta ora, millimetro su millimetro
per ricostruirmi intera e adesso, dall’osso, voglio ritornare voce
farmi spazio nell’invisibile con il mio magazzino di sbagli,
con tutte le righe in fila per cercare un perdono,
per sapere come si può tornare a vivere allo scoperto
per ricominciare dalla fioritura, troppe volte andata male.
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#alfabetoebraico

 

Zayin (settima lettera)

Zayin
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La differenza per sottrazione –
un tempo tagliato prima
dell’ago che ricuce.

Tutti i tagli in fila sette volte ripetuti nella memoria forata al centro.
Sono stata fenditura e pugnale, guerra giusta nello sbaglio delle cose –
– guarda come sfinisce questo calco adesso la lama – un’incisione che sanguina, la mia, un grido ripetente ormai.
Lo spazio stretto non fa da sponda, le discese bugiarde sono risalite scure,
mi riconsegnano all’adattamento, alla sottrazione, alla differenza.
Questo tempo tagliato prima
i punti scuciti
gli aghi spuntati in verticale.
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#alfabetoebraico

Vav o Waw (sesta lettera)

È lì
nel centro
tutto ciò che ti salva.
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È tutto qui nella pancia, l’inizio.
Guarda, la congiunzione storta
ha dilatato i sostantivi, eppure
in questa verticalità forzata dev’esserci
una redenzione, mi dico. L’automatismo
sbagliato ha rotto il limite, la conta dei sassi,
lo spacco della terra. Adesso
si può ricominciare penso, adesso
conosco il nome di ogni taglio
il richiamo del silenzio a dirotto
lo sguardo dalla parte giusta.
Mi fermo ancora ogni cinque passi
il sesto sarà sempre nodo, l’inciampo
il segno incompleto alla caviglia –
quell’inchiostro sbiadito sulla pelle – ma
credo nella finitura della linea, tra
i frantumi di passi, l’ascolto che precipita
quest’anima di carta, la pelle sovraesposta.
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#alfabetoebraico

He

Uscire dalla pronuncia sottile
e capirne il ritorno.
La verità del tuo nome.
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He
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ancora silenzio
non esce dalla bocca chiusa il suono della rinascita
ancora silenzio.
Come coesiste un dio della guerra in un bosco incantato?
ancora silenzio.
I fantasmi, le ossa rotte, alberi nuovi e rocce cadute
strappano, gli urli dei lupi abbandonati nella selva adesso,
un luogo fermo senza strade, uno spazio chiuso dentro il suo rifiuto.
Soffia solo il vento su questi fiori tesi dal gelo che persiste
guardo ancora verso est perché marzo non perdona più
ciò che hai creduto numero perfetto ma non sapevi –
non siamo cinque con uno in più ma un due con lo scarto di quattro –
che non riesce a tornare intero, neppure dopo la fioritura.
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#lettereebraiche

Dalet

 

Imparo lo spazio bianco adesso, il silenzio
rispettoso verso il non detto, dicono.
Questa porta sempre aperta ha l’interno cavo
un passato remoto scritto male
il passo zoppo inciampato sulla vita.
Porto ancora addosso tutta la curvatura delle vertebre –
il mio bacino dall’asse sbieco, non tiene l’equilibrio –
imparo il silenzio adesso, questo niente
creduto peso, il carico enorme sulla schiena compromessa – eppure –
insegnarsi a camminare, diventare strada unica
la via folle rincorsa davvero, l’unica verità su cui credere alla luce.