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” LE CHIAMANO POESIE, IN REALTA’ NON SI SOMIGLIANO AFFATTO, HANNO SOLTANTO LO STESSO SANGUE “.

[ copertina realizzata da Andrea Lerario @ilcontenudo – prefazione di Gianluca Sinopoli – postfazione di Beppe Malizia & i ritagli acustici – lavoro digitale e il dono di un suo pezzo qui di Danilo Cristian Runfolo ]
Foto di Amerigo Braccia ad Elisa Gelosi per la realizzazione della copertina.


Se si acquista la copia cartacea inviare una mail a: info@beppemaliziaeiritagliacustici.it fornendo i dettagli dell’acquisto e verrà spedito a casa l’album “L’amore non Esiste”. (Fino ad esaurimento scorte).

Non è così che passo i giorni

 

Questo racconto partecipa al concorso toast, organizzato dal Penelope Story Lab.

Te lo ricordi quando ascoltavamo i Police dentro alla tua auto? C’erano quelle canzoni in cui dovevamo per forza accenderci una sigaretta. Fumavo le Cartier, avevano il filtro bianco, lucido, tu le Gauloise rosse.
Mi insegnavi la meraviglia delle cose e lo credevo un giudizio universale, tutta la luce era abitabile, perfino di notte, ero in ascolto; tutta me era viva per musica e racconti del mondo che avevi già visto tu.
Poi, c’è stato l’ultimo viaggio, un lavoro muto, un ritorno in cui non c’eravamo più. Dovresti guardarmi adesso, non è così che passo i giorni, sai? Hai scalzato le mie strade, ora il loro silenzio è invadente, sono un essere inadeguato in ogni posto. Custodisco assenze da un po’ di tempo, infilo le mie logiche strappate in qualche incavo del corpo mentre penso, le Muratti blu non sono la stessa cosa accidenti, qualcuno deve dirglielo alla Philis Morris.
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Ottobre

 

Ottobre, sulla strada, infilza la notte tra i rami.
Giù in fondo, c’è un rosarancio che invento mentre penso, guarda com’è grande il nodo, riesco a vederlo adesso. Il disadattamento amplifica l’inciampo ragazzina, mi dico.
Ogni giorno contiene un buco, come un palloncino scoppiato, e per ogni scomparsa un laccio rimane vuoto, penzolante, sul davanzale.
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Che diritti ho su di te

 

Questo racconto partecipa al concorso toast, organizzato dal Penelope Story Lab.

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A questa distanza qui è stato difficile non baciarti, avrei voluto girarmi e, ma c’era troppa gente, non l’ho fatto.
Ho sorriso, ho pensato mi stessi prendendo in giro, ho pensato Ma dai figurati. Invece questa cosa ha iniziato a camminare dentro, come un piccolo verme che si nutre di storie raccontate, di confidenze, condizionali imperfetti, di incontri che non sono arrivati mai.
I vermi diventano due, tre tanti, lunghi come un rimorso, una rinuncia, mentre passano i giorni e ti chiedi cosa sarebbe successo, dopo. Però quella sera era finita così, a gin lemon e freccette, le carte da briscola sui tavoli e l’aria di settembre.
Guarda, lo spazio si è allargato adesso, siamo tornati due che, Ciao come stai.
Che diritti ho su di te, mi chiedo. Soltanto uno, quello di custodire tutti i vermi che ti ho mostrato, perché non lo sanno tutti quello che porto dentro.
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#150parole
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Ph del Maestro Michele Mobili
🖤
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Le nuvole di settembre

Si sfilacciano le nuvole di settembre

raccatto le frane della memoria i fili intrecciati
l’inconsistenza dello stato delle cose, adesso.
È ancora presto per le foglie, misuro
il silenzio tra le parole allora, il buio intorno
non custodisce, c’è rumore qui nel pozzo.
Dal bordo nessuno che s’affacci, solo
un cerchio azzurro – le pareti lisce –
e un disarmo che mi piove.

Certi capivano il jazz

 

Questo racconto partecipa al concorso toast, organizzato dal Penelope Story Lab.
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Mi hai detto Fermiamoci qui dai, un posto valeva l’altro.
I tavoli erano di legno pesante, tutti da sei persone, graffiati con le chiavi dell’auto, piene di scritte romantiche e cuori spaccati, sapevano di fumo.
Non ricordo bene quando era iniziata la musica, una ragazza in costume ballava dentro a una gabbia, poi venne un tizio, ti disse una cosa all’orecchio, hai riso buttando la testa all’indietro come facevi sempre, mi hai preso il braccio e mi sono ritrovata con te nella gabbia. Le luci, il fumo, eravamo la contraddizione, la negazione delle regole stabilite, lo spazio stretto del tempo quando si aggiusta.
Andava sempre a finire così, trovavi questi ragazzi bravi, certi capivano il jazz, altri il soul, ma nessuno di loro restava. Avrei dovuto fare come te, continuare a correre, senza fermarmi. Invece.
Adesso guardo queste foto in silenzio, mi giro intorno, e la gabbia è tutta qui.
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Photo del maestro Michele Mobili
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www.lascrittoressa.it
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