“Inclinazioni Letterarie”

Ieri sera abbiamo parlato di nuovo di poesia in questo luogo meraviglioso (il Baciafemmine, al Borgo delle Sibille) con Norma Stramucci e Marco Di Pasquale.

È stata una serata emozionante, ci siamo portati a casa tante piccole riflessioni e uno sguardo diverso da quello con cui eravamo entrati.

Ringrazio davvero tanto la Pro Loco di Sarnano per crederci sempre, alla poesia.

Ringrazio Emanuela Leli per l’ospitalità impeccabile, la gentilezza e la premura.

Un grazie speciale a Marta Giovannini per le splendide foto❤️

Ringrazio i poeti, Norma e Marco per averci emozionato così tanto e ringrazio gli ospiti per averci permesso di raccontare e condividere queste verità autentiche, ascoltando fino alla fine.

Grazie di cuore a ognuno di voi ❤️

Al mio papà

Al mio papà (che ho sempre chiamato babbo).

Io invece, mi ricordo, ancora, adesso.

La pizza con i carciofini da zia Marisa, la schedina del totocalcio e la mia colonna da compilare, i compiti che non sapevo fare da sola e ti aspettavo la sera quando tornavi.

Le gite con le suore, la campagna da zia Dina.

Nel calendario a cubi, cambi ancora il giorno, ogni mattina, gli angoli si sono fatti tondi come tutto quello spazio che si è rimpicciolito.

Il gatto con gli stivali dell’antologia grande, ora, ce l’ho sulla scrivania, in mezzo a tutto il mio ordine sparso di libri sottolineati e stropicciati, la televisione non la guardo più.

Mi ricordo le risate davanti ai film di Don Camillo, durante le partite a carte, però le delusioni che ti ho dato forse sono di più, perché sono sempre stata quella che cercava di non dare fastidio ma che comunque non ascoltava nessuno e poi non ci azzeccava mai. Nemmeno oggi.

Sei sempre lo stesso ma, anche se non lo dici, hai paura, perché la vita è diventata corta ed è come la coperta del divano, la tiri su e ti manca sempre un pezzo.

Torni giovane ascoltando i tuoi cantanti, ricordando le balère, le sere d’estate e tutto quello che non c’è più.

Però bisogna festeggiarla sempre questa festa, che è per te e per chi come te, nonostante la vita incasinata, i problemi di tutti e le ingiustizie, ti sei sempre preso cura di noi.

E allora, auguri a te

che mi hai insegnato il cinque maggio di Manzoni, che mi hai spiegato la bellezza, anche del mio nome, perché Leopardi se lo ha scelto vuol dire tutto.

Mi hai insegnato ad andare senza rotelle, le preghiere e le indulgenze, il pane e la sacralità della domenica mattina, la lettura dei libri, ma soprattutto, la sincerità e l’onestà.

Anche troppa forse, mica come quegli altri lì.

Mi hai insegnato la trasparenza che ha sempre fatto di me la Bambina di Vetro. Sono come lei.

Anche oggi, che la vita poi è andata dove gli pare e non fa mai quello che gli dici, tra tutte queste attaccature sui vetri rotti, lì dentro c’è ancora quella piccola creaturina che voleva stare sempre in braccio e ripeteva continuamente che avrebbe sposato uno come te.❤️

Grazie a Giulia e al Corriere Adriatico 💘

Attraversare.

E poi essere attraversati, dalla parola, dalla poesia, dalle cose di ieri e di oggi.

È questo che, secondo me, fa la poesia.

Con la poesia si riscoprono tempi e luoghi, racconti e immagini a colori. Ci si ritrova in un io condiviso che unisce.

Siamo circondati da una distopia progressiva ma, accadono, sempre, piccoli miracoli come questo: incontrarsi per connessione di luce 🤍

Giulia Sancricca è questa luce qui, è lei la parte luminosa che splende in questa iridescenza tra due connessioni.

Da tempo ormai credo di aver perso quella luminosità che mi rendeva scintillante ma lei, che non guarda soltanto, vede, osserva e arriva fino in fondo, è riuscita a ritrovarla.

Soprattutto per questo la ringrazio. Perché essere visti oltre quella “faccia pulita con cui cammini per strada” è raro e inestimabile.

Mi permetto di inserire qui anche il suo post, oltre all’articolo, le sue righe mi hanno davvero commossa.

Perché chi ti racconta, dopo averti letta, a volte, sa di te più di quanto tu possa pensare di saperti.

Grazie Giulia, per lo sguardo, per le parole e per il cuore che metti in ogni cosa che fai ❤️

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Letture

Adlujé. (di Anna Maria Farabbi)

[Le mie interpretazioni sulle letture che rimangono dentro, sulle parole che ritrovo e riutilizzo per riempire continuamente vuoti a perdere – in questi momenti in cui continuo la ricerca del meridiano e dell’esattezza, questa corporeità che mi ha insegnato lei, Anna Maria, lavorare la vibrazione, prima che ti attraversi e arrivi in verticale.]
❤️

È un po’ così ovunque, nella vita, in tutti i luoghi. Dove ognuno va a caccia della propria povertà.
Quella interiore certo. Lo devo specificare? No, non serve. E allora?
Penso.
Sproloquio di parole, eccolo qui.
Gli uomini troppo figli per essere genitori sono segnati dall’avarizia sentimentale. Siamo consumati e scavati, il solco è una bugia quando diventa cieca.
[Mi devo allontanare, la mia natura è diseguale]
Mi sono distratta un attimo, il tempo di appoggiare la fiducia dentro la casa, mi sono trovata fuori dal branco. Ad ogni cena sono sempre l’ospite non gradito anche se non il tredicesimo invitato, ma comunque, l’indifferenza tutta intera mi scaraventa indietro. La sedia elettrica dei condannati è il mio posto in fondo, nell’angolo vicino alla finestra, con il sacrificio domenicale della finta unione.
[Mi devo allontanare, le cattiverie che ci vengono dette sono necessarie alla povertà intellettuale di chi le dice].
Le incisioni sul palmo sono due, due vite parallele in cui trovare il bastone che regge l’altra. Dov’è che devo cercarlo?
Tengo alte le difese, per non farle cadere, passo gli anni a curare e a proteggerci dal male.
Il battito è accelerato da tempo, troppo veloce per dirsi preghiera, o canto. E sono tutte strane queste parole mi dico, un temporale che sbrana buio e terra, rami e vento. Sto piantata come il ciliegio in bilico sulla terra di riporto, che piano piano, si fa largo intorno ma senza innesto rimane soltanto una gramigna inutile.
[Mi devo allontanare, l’inchiostro, cola giù da ogni parte fino alla cancellazione].
Quando una poesia è nuda sei tu che spogli le parole oppure tu che ti spogli mentre le dici?
Imperdonabili sono i tre volti che ho generato, dicono. Sono la strega che processa in silenzio nella notte ogni frase accartocciata negli anni. Ma che cosa fa una strega?
Non so inventare pozioni, non conosco la medicina, soltanto la causa delle malattie e non ho una cura. Sono danno, ricordi? Un peccato originale, la procreatrice non voluta, ladra di seme e occupante abusiva.
Non è un atto sacrificale il mio, l’accoglienza, che ancora dono, mi illude di cacciare indietro il veleno di cui il suo ombelico si nutre.
Qual è quindi la mia colpa? Forse proprio la parola, la mia, il mio essere testimoniante, essere vera, appartenere alla necessità della scrittura e quindi, per forza di cose, scomoda.
[Mi devo allontanare, ogni volta c’è lo strappo del filo, quell’equilibrio fragile che si spezza].

Erica di Norma Stramucci #Letture

Dici che si può aggiustare quello che cade? E se invece era già rotto, si può riparare? Oppure, è una bugia che ci raccontiamo?Guarda, anche questa stagione mente, rimanda, come me, ho la tendenza alla procrastinazione, un vizio brutto, dicono, che rovina la convivenza, perché la cosa giusta da fare è subito, oppure addirittura prima che sia tardi. Ma quando è tardi? La cosa è giusta per chi?Non è la stagione, la maschera, è l’apparenza, eppure, perde ancora foglie questa siepe qui, lascia entrare tutto quanto sempre, anche in estate. Che poi, non è neanche la mia, la siepe, la casa, le cose, niente è mio, io abito, faccio, e basta.Allora penso, riuscirò davvero a farmi madre esatta, in nome di una perfezione giudicante?Non lo so, le ferite infette non guariscono e anche senza viscere d’agnello, lego le piaghe attorno alla carta straccia, a questo spasmo di parole perdute e pesanti. È un canto anche questo forse, mi dico, non lo sanno della fatica, della forza che ci vuole per rimanere in piedi, oltre l’Indo a nuoto, l’acqua troppo lontana, lo ripeto, ma che vuoi, sarei già affogata, non saprei più dove restare per davvero, non so più chi potrebbe accogliere. I dardi ce li ho tutti infilzati sul portone e, come una maledizione, non ho piante da curare, l’ossigeno è razionato, non basterebbe. L’erica sì, sarebbe una via di fuga come scrivi tu, ma io non l’ho mai pensata, non l’ho mai scelta, purtroppo, nemmeno la seconda volta che sono stata sposa.

[appunti del non viaggio – Erica – Norma Stramucci

❤️ Grazie ❤️