Banksy & Me dialogia di Norma Stramucci

Il mio tempo è uno spazio interrotto, ecco il perché del ritardo, sempre e costante, nel dire anche semplicemente due parole. Ché poi, le mie, di parole, sono sempre di pancia, di quello che sento, quando un libro mi entra dentro.

Una poesia necessaria, una poesia politica, un dolore pubblico e condiviso da tutti che apre comunque alla speranza.

Ritroviamo un contatto con le immagini pronunciate, una lingua semplice che arriva fin dentro alla realtà di tutti.

Se la scrittura rappresenta per lei un modo di essere, ecco, è questo che mi ha insegnato e io lo uso, da sempre, per stare al mondo.

Anche se, questo mondo, è pieno di rospi che non si sono trasformati, Cenerentola muore ogni giorno.

Eppure. Mi dico – Ti dico –

Forse, non sono nemmeno quello che rimango.

Le strisce nere s’intrecciano e si sfilacciano, come quelle nuvole ricordi?

non col vento, ma dagli anni tesi e maltrattati, i mesi scuri, le domande cieche.

Dovrei ricominciare dai gesti antichi, dalle cose imparate, le mollette sui fili, i proverbi di mia nonna – ma –

siamo in tanti adesso, la casa all’ombra mi costringe

all’asciugatrice, la guardo girare, girare e girare – poi –

il mio ardire è riprendere le parole giuste, adesso profumate

e raccontare, scrivere finalmente del grande inganno

come farebbero i poeti.

💘[ecco, poesie che ti fanno scrivere poesie🤍]

Grazie ❤️ sempre ❤️.

Grazie a Giulia e al Corriere Adriatico 💘

Attraversare.

E poi essere attraversati, dalla parola, dalla poesia, dalle cose di ieri e di oggi.

È questo che, secondo me, fa la poesia.

Con la poesia si riscoprono tempi e luoghi, racconti e immagini a colori. Ci si ritrova in un io condiviso che unisce.

Siamo circondati da una distopia progressiva ma, accadono, sempre, piccoli miracoli come questo: incontrarsi per connessione di luce 🤍

Giulia Sancricca è questa luce qui, è lei la parte luminosa che splende in questa iridescenza tra due connessioni.

Da tempo ormai credo di aver perso quella luminosità che mi rendeva scintillante ma lei, che non guarda soltanto, vede, osserva e arriva fino in fondo, è riuscita a ritrovarla.

Soprattutto per questo la ringrazio. Perché essere visti oltre quella “faccia pulita con cui cammini per strada” è raro e inestimabile.

Mi permetto di inserire qui anche il suo post, oltre all’articolo, le sue righe mi hanno davvero commossa.

Perché chi ti racconta, dopo averti letta, a volte, sa di te più di quanto tu possa pensare di saperti.

Grazie Giulia, per lo sguardo, per le parole e per il cuore che metti in ogni cosa che fai ❤️

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Letture

Adlujé. (di Anna Maria Farabbi)

[Le mie interpretazioni sulle letture che rimangono dentro, sulle parole che ritrovo e riutilizzo per riempire continuamente vuoti a perdere – in questi momenti in cui continuo la ricerca del meridiano e dell’esattezza, questa corporeità che mi ha insegnato lei, Anna Maria, lavorare la vibrazione, prima che ti attraversi e arrivi in verticale.]
❤️

È un po’ così ovunque, nella vita, in tutti i luoghi. Dove ognuno va a caccia della propria povertà.
Quella interiore certo. Lo devo specificare? No, non serve. E allora?
Penso.
Sproloquio di parole, eccolo qui.
Gli uomini troppo figli per essere genitori sono segnati dall’avarizia sentimentale. Siamo consumati e scavati, il solco è una bugia quando diventa cieca.
[Mi devo allontanare, la mia natura è diseguale]
Mi sono distratta un attimo, il tempo di appoggiare la fiducia dentro la casa, mi sono trovata fuori dal branco. Ad ogni cena sono sempre l’ospite non gradito anche se non il tredicesimo invitato, ma comunque, l’indifferenza tutta intera mi scaraventa indietro. La sedia elettrica dei condannati è il mio posto in fondo, nell’angolo vicino alla finestra, con il sacrificio domenicale della finta unione.
[Mi devo allontanare, le cattiverie che ci vengono dette sono necessarie alla povertà intellettuale di chi le dice].
Le incisioni sul palmo sono due, due vite parallele in cui trovare il bastone che regge l’altra. Dov’è che devo cercarlo?
Tengo alte le difese, per non farle cadere, passo gli anni a curare e a proteggerci dal male.
Il battito è accelerato da tempo, troppo veloce per dirsi preghiera, o canto. E sono tutte strane queste parole mi dico, un temporale che sbrana buio e terra, rami e vento. Sto piantata come il ciliegio in bilico sulla terra di riporto, che piano piano, si fa largo intorno ma senza innesto rimane soltanto una gramigna inutile.
[Mi devo allontanare, l’inchiostro, cola giù da ogni parte fino alla cancellazione].
Quando una poesia è nuda sei tu che spogli le parole oppure tu che ti spogli mentre le dici?
Imperdonabili sono i tre volti che ho generato, dicono. Sono la strega che processa in silenzio nella notte ogni frase accartocciata negli anni. Ma che cosa fa una strega?
Non so inventare pozioni, non conosco la medicina, soltanto la causa delle malattie e non ho una cura. Sono danno, ricordi? Un peccato originale, la procreatrice non voluta, ladra di seme e occupante abusiva.
Non è un atto sacrificale il mio, l’accoglienza, che ancora dono, mi illude di cacciare indietro il veleno di cui il suo ombelico si nutre.
Qual è quindi la mia colpa? Forse proprio la parola, la mia, il mio essere testimoniante, essere vera, appartenere alla necessità della scrittura e quindi, per forza di cose, scomoda.
[Mi devo allontanare, ogni volta c’è lo strappo del filo, quell’equilibrio fragile che si spezza].

Che dire?

Parlare del librino, ogni volta, è come dover percorrere quattordici metri su di un ponte alto altrettanto. Senza sponde, senza una passerella rigida, attraversare quell’altezza a piedi nudi sapendo di cadere, il vuoto prende il posto dell’aria, del tempo arrotolato alle caviglie. Non le ho mai sapute, le cose, ma loro hanno saputo me in ogni posto dall’altezza giusta. Nella poesia invece è tutto diverso. Il buio, che per tanto tempo resto a guardare prima della scrittura, l’atto di scavare ancora e ancora, restare lì, dentro alle parole, prima di farle uscire, esatte, ecco, tutta quella nominazione non riesco a spiegarla, raccontarlo a parole non è come scriverlo, è difficile dire dove inizia la mia scrittura, dove inciampo, dove cado, dove il rialzo è un assetto ma non certo di volo.Forse, solo nella lettura posso cercare di portarvi al di là del ponte, gettarmi sulla verticalità, tra uno spazio e l’altro, raccontare questo canto e sperare che arrivi tutta intera la sintesi dell’oscillazione, oltre il cono di luce che da sempre, taglia in due la voce, incrinata dal peso che, negli anni, ha preso il posto scheggiato del silenzio.

Ringrazio il professore Umberto Piersanti, Giandomenico Papa per le immagini, Annie Seri, Cinzia Canale, Roberto Marconi e tutti coloro che hanno ascoltato le mie parole❤️

Erica di Norma Stramucci #Letture

Dici che si può aggiustare quello che cade? E se invece era già rotto, si può riparare? Oppure, è una bugia che ci raccontiamo?Guarda, anche questa stagione mente, rimanda, come me, ho la tendenza alla procrastinazione, un vizio brutto, dicono, che rovina la convivenza, perché la cosa giusta da fare è subito, oppure addirittura prima che sia tardi. Ma quando è tardi? La cosa è giusta per chi?Non è la stagione, la maschera, è l’apparenza, eppure, perde ancora foglie questa siepe qui, lascia entrare tutto quanto sempre, anche in estate. Che poi, non è neanche la mia, la siepe, la casa, le cose, niente è mio, io abito, faccio, e basta.Allora penso, riuscirò davvero a farmi madre esatta, in nome di una perfezione giudicante?Non lo so, le ferite infette non guariscono e anche senza viscere d’agnello, lego le piaghe attorno alla carta straccia, a questo spasmo di parole perdute e pesanti. È un canto anche questo forse, mi dico, non lo sanno della fatica, della forza che ci vuole per rimanere in piedi, oltre l’Indo a nuoto, l’acqua troppo lontana, lo ripeto, ma che vuoi, sarei già affogata, non saprei più dove restare per davvero, non so più chi potrebbe accogliere. I dardi ce li ho tutti infilzati sul portone e, come una maledizione, non ho piante da curare, l’ossigeno è razionato, non basterebbe. L’erica sì, sarebbe una via di fuga come scrivi tu, ma io non l’ho mai pensata, non l’ho mai scelta, purtroppo, nemmeno la seconda volta che sono stata sposa.

[appunti del non viaggio – Erica – Norma Stramucci

❤️ Grazie ❤️