Mem – tredicesima lettera

Mem – (tredicesima lettera)
.
Trentotto, il numero da moltiplicare per quaranta –
l’aderenza del veleno alle spaccature – per l’esondazione senza distillazione.
L’armistizio, prima dell’indulto.

.
Ho guardato per anni l’esondazione, l’avvelenamento,
la contaminazione delle cose che credevo di proteggere.
Quaranta settimane per sentire un suono sordo che non so
se può chiamarmi per davvero, le quaranta moltiplicazioni ripetute
senza il giudizio della purificazione, soltanto per ripetere l’errore.
E non ho imparato neanche la distillazione, sono io la causa
del veleno, senza antidoto ho fatto piovere non pensando allo straripamento
al riassorbimento di tutti i tempi stuprati, ho chiuso l’uscita, perché
quel veleno non entrasse ancora; aderisce alle pareti, fa spessore, ora.
Qui dentro sono tutta a pezzi, la spaccatura ha rotto gli argini e guarda
tutti i miei peccati adesso, questo poter credere di creare, invece
di trasformare ciò che non si plasma, le braccia stanche, la fatica
di stare sempre in una eterna notte, la paura del buio quando
sta cambiando anche me, lo vedi? Adesso sto crollando piano
nel silenzio dei giorni, sotto strati grezzi che sto mettendo in riga,
pagina dopo pagina, lettera dopo lettera per arrivare a comprendere
il significato vero, il posto giusto che mi faccia restare.
Mi accordo.
Mi fermo.
.
#alfabetoebraico
.

Lamed (dodicesima lettera)

#alfabetoebraico

Imparare come una preghiera/
il vivere storto che non può alzarsi
se non / per dissociazione/ ma tu insegnami.
.
Ma cosa vuoi che ne sappia io.
Io sono quella che cerca di imparare, quella
che non capisce fino in fondo, perché non può
esserci tutto questo niente, tutto questo spreco
d’amore che non salva mai nessuno.
Dimmelo tu come fai, a farti insegnare la pace dello stare
la benedizione dei giorni uguali mentre fuori esplode il mondo.
Cosa contengo te lo ripeto in ogni riga, in ogni lettera
di questo alfabeto che mi somiglia, che mi ripete.
Non sarò mai insegnante io, rimango studentessa attenta
indisciplinata e incostante, resto nel banco in fondo,
ho perso il filo, la conoscenza sfacciata, non sono più tornata.
Ho formato una classe storta adesso, non sono brava
neanche come capoclasse. Guarda come
fanno tutti, mi dico,
basta non aver paura, che ci vuole, ma vedi – la verità sta tutta nelle prove –
in questo mondo qui io, non riesco a viverci senza la mia dissociazione.
Ritento.
.

Kaf (undicesima lettera)

 

Contengo cumuli di macerie
Trattengo ogni cosa sul punto di cadere
E sul precipizio apro le mani, rientro.
.

Misuro con le braccia quello che non riesco a trattenere.
La forza con cui contengo ogni cosa sul punto di cadere
con cui ho sempre accolto ciò che mi ha fatto male
è diventata nudità internata, una trasparenza manomessa.
Il linguaggio delle mie mani adesso, è scoperchiato sulle righe
e ad ogni dito sanguina la cicatrice corrispondente.
Guarda, mi dico, sta scorrendo via dal palmo aperto
questo tempo perduto, ritratto e calpestato male,
il mio cammino sbieco legge ogni caduta ogni traversata.
Mi aggrappo così ad un silenzio alla volta, come memoria fissa,
a quelle fotografie chiuse nella scatola di legno
le immagini divise in anni, la distanza – tutta nello spreco del dolore –
i danni delle parole, l’espulsione dalla sporgenza.
Rientro.
.

#alfabetoebraico

Iod – decima lettera

Iod
Decima lettera
.
Di questo altro
La preghiera silenziosa
Che tiene in vita.
.

Riconto gli anni oggi, ognuno in fila
notte dopo notte mentre penso, non
mi sono mai sentita grande per davvero.
In questo spazio occupato e chiuso
ho imparato l’alternanza, l’indifferenza
che permane sopra ogni strato, quella
che non puoi recuperare. Rimango figlia,
madre inesperta, in ritardo sulla luce
con tutti i danni sulle spalle e adesso,
solo con due mani nude a cacciare spettri,
soltanto due per sostenerne sei
nel miracolo che si sporge, che cresce,
cercando di non farci troppo male.
.
#alfabetoebraico
.

Tet [nona lettera]

Non sono più argilla adesso
Contengo mancanze
E ventisette mesi di rinascita.
.

Questa distruzione ci ha sedotto abbastanza, eppure –
ogni volta l’origine del peccato, ogni volta una rinascita – il bene
che mi è arrivato addosso non avrei potuto comprenderlo da sola,
mi sono plasmata troppe volte io per tornare intera
adesso la rientranza ha l’argine rotto – troppo alta è l’uscita –
la pancia contiene tutto il peso della roccia e le sue domande
si sono snodate lì dentro su ventisette mesi di risposte non udite
non raccolte abbastanza, ogni volta una caduta.
E sono tre le parole mi dico, l’unica scritta mai più detta
ne ha lasciate tre, fatte di nomi propri, rinunce e di colpe.
L’assenza è tutta intorno come sempre e dentro,  manco solo a me stessa.
.
#alfabetoebraico