Come mia nonna

 

Non mi sto accorgendo del tempo grande io.
Qui fuori ci sono due stagioni, una addosso l’altra, la neve sopra i fiori di pesco e le foglie piccole e verdi screpolate dal freddo.
Da bambina guardavo mia nonna non uscire mai, scendeva soltanto nell’orto, due rampe di scale. Non capivo come facesse. Guardava il mondo passare dalla finestra, a quel tempo un quarto del nostro mondo passava di lì. Abitavamo nella via che porta al cimitero, ad una delle quattordici chiese del paese e ad una fabbrica chiusa da più di trent’anni.
Mia nonna stava bene nel suo retrocucina a preparare con minuziosità gli stessi piatti, era il suo posto.
Penso alle preghiere che mi insegnava tra una foglia di insalata e l’altra da guardare con cura per togliere ogni sporco e metterla ammollo che non si spreca l’acqua e poi ancora una preghiera per chi era fuori casa perché tornasse sempre. Ché dopo le attese della guerra, la paura del non ritorno ti rimane un segno sulle mani, un segno che guardi ogni minuto.
Accade però anche adesso, mi accorgo di fare la stessa cosa, in cucina, guardo fuori ma qui non passa nessuno, prego per questa guerra dove almeno abbiamo un posto dove restare, piango morti che non sempre conosco, mi rigiro parole nel silenzio della notte aspettando di uscire per il mare.
La casa è grande mi dico, eppure si sta stretti tra le cose quando conti gli stessi passi troppo a lungo. Fuori fa freddo e il ciliegio stende i rami sopra il confine, abbiamo legato il rosmarino per il vento, se attraverso la strada è per la salvia che resiste.
Avremmo bisogno di toccare la terra, la sabbia, loro ci riportano sempre a posto.
“Ci serve il bene adesso, ci serve il bene.”
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[appunti del non viaggio]
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[Marzo/aprile 2020]
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