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” LE CHIAMANO POESIE, IN REALTA’ NON SI SOMIGLIANO AFFATTO, HANNO SOLTANTO LO STESSO SANGUE “.

[ copertina realizzata da Andrea Lerario @ilcontenudo – prefazione di Gianluca Sinopoli – postfazione di Beppe Malizia & i ritagli acustici – lavoro digitale e il dono di un suo pezzo qui di Danilo Cristian Runfolo ]
Foto di Amerigo Braccia ad Elisa Gelosi per la realizzazione della copertina.


Se si acquista la copia cartacea inviare una mail a: info@beppemaliziaeiritagliacustici.it fornendo i dettagli dell’acquisto e verrà spedito a casa l’album “L’amore non Esiste”. (Fino ad esaurimento scorte).

A volte, dicembre

 

 

A volte, dicembre è una luce rossa che ti avvita dentro un vetro, ci conservi i giorni. Tutti in fila i barattoli in dispensa, l’ultima pagina che butti, l’inverno che li gela.
Il mio anno inizia a primavera invece, quando spiove e l’aria non ti graffia,
i tagli sulle mani si richiudono da soli.
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[appunti del non viaggio]
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©LaScrittoressa
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Marmellata di albicocche

 

Mentre la marmellata cuoce lenta, l’odore delle albicocche rende l’estate meno amara tra un temporale e l’altro. Mi tornano alla mente immagini di tanti anni fa, quando il caldo sembrava sempre diverso e io andavo in giro per lavoro, e c’era un luogo che non ricordo bene quale fosse ma che aveva un viale poco affollato, dove ognuno camminava svelto per andare o tornare nel punto in cui era partito con la stessa fretta probabilmente, tra i ciottoli grigi un po’ malmessi. Quasi tutte le vie laterali sbucavano senza nome, le seguivo per vedere il paese nelle sue ossa, le crepe, le porte, le case.
Un anziano signore in giacca, vestito bene e con tutti gli anni sulle spalle curve, attendeva i pochi passanti, increspando un sorriso in quei segni che rimangono sulla pelle, quei segni che la vita ti tatua addosso, quel detto in cui ciò che non ti uccide ti rende più forte, quando invece ti squarta, ti apre senza il resto, senza lasciarti nessun filo adatto per richiuderti e tu rimani lì, così esposto agli sguardi di tutti; accanto a lui due casse d’arance, una bilancia tarata male e il marciapiede sbeccato, morso dagli anni.
Mi saluta nel suo dialetto alzando un poco il cappello, ricambio con un sorriso e alzo la mano per salutarlo. Passo e mi viene da pensare chissà se è solo oppure ha qualcuno che lo aspetta, se ha una casa in ordine oppure vive tra le mura vecchie, consumate dalla salsedine che il portone gonfiato dal tempo non chiude più. Mi giro e torno da lui, compro due chili di arance. Mi dà il resto e la mano gli trema un po’; negli occhi vedo ancora la sua quotidiana resa verso ciò che gli è rimasto, essere ancora lì, forse privato di quello per cui è sopravvissuto tornando a casa ma onorando la promessa di non lasciarsi andare.
Riprendo a camminare e nel frattempo penso a mio nonno, la stessa tenacia che fa annullare ogni torto subìto, la stessa forza di chi, dopo la guerra, non ha più paura di vedere il male perché peggio della Russia è difficile, tornano indietro le immagini vecchie di me e lui, la sdraio di plastica arancione, il suo riposo la sera, i suoi calzoni marroni, gli occhiali quadrati, il suo silenzio pieno, il suo gatto bianco e nero, il suo cardigan scuro, la sua vespa chiara, il suo camminare lento, lui che c’era sempre a casa fino a quando la voce gli è andata via, fin quando ha aspettato quel giorno per l’ultima foto e poi basta. La vita l’aveva riempita, il contenitore era a posto e mentre tutti i suoi oggetti rimanevano lì, io cercavo di non lasciarlo andare via.
Lo rivedo ancora. Non ho dimenticato neanche il suo timbro di voce, gli direi che sono sempre la stessa, quella che ha bisogno di un gesto, il suo, che continuo a mangiare schifezze e mai agli orari giusti, che non ho ancora imparato a farmi piacere la frutta.
L’avremmo raccolta insieme però, la frutta, gli avrei fatto vedere le mie marmellate, mi avrebbe sorriso, lo avrei abbracciato perché da quando sono cresciuta avevo smesso di farlo.
Preparo i vasetti senza etichette adesso. Dopo settantacinque minuti ha finito di cuocere. Li metto in fila senza un ordine preciso. Fuori continua a piovere e le urla dei bambini mi rimangono tutte addosso nell’eco della casa.
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[Paragrafi]
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©LaScrittoressa
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[nella foto, mio nonno, oggi sarebbe stato il suo compleanno]

Viaggi

Io non so di viaggi. I miei sono sempre brevi,
sono settanta chilometri per arrivare al mare
per tornare alle origini e respirare, più a fondo senza inghiottirmi.
Ho imparato il senso delle metà troppo presto e oggi
rimango resto, pezzi dati, donati, tenuti per sé.
Io non so di valigie pesanti o cose essenziali da metterci dentro,
io cammino tra le stanze e le scale e i giorni
guardando da questa o l’altra finestra il cambio delle foglie
poi passo a setaccio i ricordi mentendo a me stessa
per ricucirmi a punto croce tutta questa stoffa vecchia
che ormai addosso non veste più.
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[appunti del non viaggio]
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©LaScrittoressa