Diario di bordo – quelle mattine d’estate

Ci sono anni che ti scrivono, altri che ti insegnano. Ci sono anni in cui torni indietro quando tutto è andato avanti troppo svelto e ti accorgi di aver saltato i passaggi necessari, elementari, che ti avrebbero fatto capire qualcosa in più. Ci sono anni in cui nonostante il tempo scorra normalmente, non riesci ad apprendere perché la difficoltà di relazionarsi con il mondo è troppa, la diversità a volte è un gradino troppo alto per le tue gambe. Gli anni in cui finalmente capisci la maggior parte di quello che ti è sfuggito invece sono quelli in cui hai solo una strada di fronte a te e non ci sono scorciatoie o deviazioni, anche quando si frantuma devi percorrerla ugualmente ed è inutile voltarsi, con tutte le curve si vede poco il retro, ma tanto non avresti tempo per rimpiangere il passato, il presente ti occupa tutto.
Tutti gli anni a quel punto intrecciano la trama che regge un tempo: il tuo e dello spazio intorno a te. Eppure, ancora conti i giorni, snoccioli le ore che battono sui vetri negli inverni e respiri quelle ferme appoggiate sui gradini al sole d’estate, guardando ogni volta un lontano fotogramma in cui sia nell’acqua che nella roccia, diventano risposte tutte le domande di sempre.
Poi siccome sei una che non si accontenta, una che non si arrende, una che “non può essere così ” allora niente, continui a farti un sacco di altre domande, piangi per un gattino lasciato solo, perché vedi due innamorati felici, ti commuovi per le cose più banali che non si notano più e pensi che in fondo, tutte quelle rinunce, hanno lasciato sì un vuoto, ma tu da brava donna di casa, l’hai riempito con tutto quello che può esserti utile, e sorridi. Sorridi perché è sufficiente per godersi almeno metà della vita e perché ancora puoi stupirti, tenendo in mano una dignità che molti tuoi coetanei hanno perso da tempo.
Allora parli meno e sorridi di più.

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