Diciannove marzo duemilaventi

In questo spazio costretto mi ricordo i ritagli del tempo, le passeggiate al mare, i compiti la sera quando tornavi, il cambio del giorno nel calendario a cubi, la storia del gatto con gli stivali letta da te dalla tua antologia grande, per farmi rimanere a letto che io ero quella sempre con la febbre alta.
I sorrisi, le delusioni di più perché sono anche quella che non dà mai ascolto e poche volte ci azzecca.
A te lo voglio dire che andrà bene perché la paura negli anni diventa un buco nero ma noi, noi tutti quanti abbiamo ancora tanto da incazzarci e sorriderci, perciò auguri, auguri a te che mi hai insegnato il cinque maggio di Manzoni, che mi hai spiegato la bellezza del mio nome, Silvia perché anche Leopardi sai. Le ore dell’orologio a muro per riuscire ad avere quello da polso, pedalare in bici per riuscire a comprare quella più grande, l’importanza del pane, la preghiera della sera ed il senso della domenica mattina, la lettura dei libri ma soprattutto l’onestà e la sincerità. Questo non mentire mai, questo essere senza il filtro tra testa e bocca dove tutto il pensiero cola diretto senza un fermo. E te lo dico sempre che non va tanto bene però siamo così io e te, piuttosto scoppiamo dentro ma le cazzate non ci vengono bene per niente e allora che vivessero gli altri nella finzione delle belle facce. Noi le parole ce le diciamo, tutte quante, il tempo di stare zitti lo lasciamo a chi non avrà mai niente di meglio da offrire.
♥️
Auguri

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