
Due più tre che fanno quaranta.
Sto –
come la metà che si ritrova, come il tempo che spinge ma non trattiene,
come le cose che ti insegnano, i bambini e la luce poi,
il silenzio che ti scrive.

Due più tre che fanno quaranta.
Sto –
come la metà che si ritrova, come il tempo che spinge ma non trattiene,
come le cose che ti insegnano, i bambini e la luce poi,
il silenzio che ti scrive.

Questo silenzio dell’estate
che sgrana i giorni tenuti in fila –
una trama nuda che s’impiglia.

Sgrana la luce tra i muri
salvi, puntellati alcuni
fratture assemblate dopo l’inverno.
In piedi il profilo
che ancora si muove
che ancora resiste,
misura le ore –
sostanza e disegno –
la dissolvenza del tempo.
(È tutto uguale, i colori, gli spazi, i tempi i muri
solo – forse siamo cambiati noi)

Il tempo dell’estate è un passaggio attraverso le gioie del sole, di luoghi ritrovati e cieli aperti.
I sogni sembrano avverarsi subito ed il buio è leggero, più sincero, fa meno paura.
I luoghi rimasti in silenzio sembrano in attesa, aspettano una cura, senza capire il destino che verrà.
Tra tutte le partenze qualcuno resta, tra tutte le scelte quello che accade, soltanto con la consapevolezza di viverlo guardando oltre. Sempre, da sempre quell’oltre che tiene alto l’obiettivo, un altro punto di arrivo dove ricomincia un’altra ripartenza.
In cammino, da anni, su questa strada sterrata, senza indicazioni, senza vedere mai dove finisce, arrancare a volte, salite, spesso, stagioni fredde, troppo calde, distruttive, ogni tanto miracolose. Però sorridi, quasi sempre per rendere meno difficile la fatica del vivere.
Giorni così –
quando la luce rende più bella la vita
e scrivi in bianco e nero –

L’alba, rimasta chiara
un luglio, come allora.
E ti ricorda i sogni che facevi da bambina
dalla finestra, guardando in là –
quel voler scavalcare confini,
ogni luogo
ogni giorno
oggi che la sfida è quello che ti stringe
le mani
il tempo, e l’amore di tutto,
di chi ti insegna quel vivere –
oltre la terra.
(Potenza Picena Mc)