
Aspetto la luce di una primavera che fiorisca sopra le ferite che ha lasciato questa terra.

Aspetto la luce di una primavera che fiorisca sopra le ferite che ha lasciato questa terra.

Un silenzio che t’accoglie questo,
ho scritto il mio nome sul bianco che disperde.
Poi la voce, poi la terra
quando trema, senza luce –
senza sonno,
sempre più leggera –
scompare – sottovento.

Un giorno alla volta,
dopo l’estate –
perché l’inverno questa volta
non concede.
Come un album da riempire –
la prossima stagione
che non sai.

Il bianco che si rompe
a confine –
fin quando la luce trema
e il silenzio scelto
si ricompone.
Un inverno questo
che non assolve.

Scioglie la neve
quest’acqua che cola,
a scandirne il tempo
che batte
sul muro – la terra
strappata, sul bordo
e una placca
d’argento – la notte
che sembra silente
quando è solo un’attesa.
Ognuno che tenta
che resta
che muore
che stretto si tiene
la vita
provata, stremata
ma drizza le spalle
la schiena e ritorna –
cammina, si ferma,
non chiede –
si rimbocca le maniche
abbassando lo sguardo.
(Noi, qui al centro. Un restare, un resistere fino allo stremo, perché l’amore per questa terra è superiore alle sue disgrazie)
No, non molliamo, nonostante tutto e tutti.