Che dire?

Parlare del librino, ogni volta, è come dover percorrere quattordici metri su di un ponte alto altrettanto. Senza sponde, senza una passerella rigida, attraversare quell’altezza a piedi nudi sapendo di cadere, il vuoto prende il posto dell’aria, del tempo arrotolato alle caviglie. Non le ho mai sapute, le cose, ma loro hanno saputo me in ogni posto dall’altezza giusta. Nella poesia invece è tutto diverso. Il buio, che per tanto tempo resto a guardare prima della scrittura, l’atto di scavare ancora e ancora, restare lì, dentro alle parole, prima di farle uscire, esatte, ecco, tutta quella nominazione non riesco a spiegarla, raccontarlo a parole non è come scriverlo, è difficile dire dove inizia la mia scrittura, dove inciampo, dove cado, dove il rialzo è un assetto ma non certo di volo.Forse, solo nella lettura posso cercare di portarvi al di là del ponte, gettarmi sulla verticalità, tra uno spazio e l’altro, raccontare questo canto e sperare che arrivi tutta intera la sintesi dell’oscillazione, oltre il cono di luce che da sempre, taglia in due la voce, incrinata dal peso che, negli anni, ha preso il posto scheggiato del silenzio.

Ringrazio il professore Umberto Piersanti, Giandomenico Papa per le immagini, Annie Seri, Cinzia Canale, Roberto Marconi e tutti coloro che hanno ascoltato le mie parole❤️

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