
Non chiedo alla poesia.
Lascio cadere parole
fuori per cercare di proseguire
con qualche peso in meno.
Mi trascino comunque
al di sopra degli accumuli,
dovrò scrivere per sempre.

Non chiedo alla poesia.
Lascio cadere parole
fuori per cercare di proseguire
con qualche peso in meno.
Mi trascino comunque
al di sopra degli accumuli,
dovrò scrivere per sempre.

Chissà come sarebbe stato
aprire le porte di una casa nuova
metterci dentro ogni giorno
metterci uno dopo l’altro
e volere la stessa cosa –
un disegno
un accendino
il colore di quei giorni
senza le parole
e Vasco mentre bevi.

Sai di me ogni parte
quella che non dice –
giro sui miei stessi passi
le parole ferme sulla luce.
È così che si cade –
all’odore della neve neghi
quando vieta agli occhi
quando rimane porta
chiusa mentre devi.
E la distanza tutta in fila
non s’accorcia mai –
la strada e le cose
come le parole
riavvolte sulla trama
che disfo ogni volta
per ricominciare.

Chiazze d’azzurro
bianco lo spazio senza
più il fondo
e la frattura s’insinua
tra le cose e tu
causi dolore perché
non sai quanto fa male.
Metà di te
metà di una vita –
e cadono promesse
sulla terra bagnata, la melma
dell’acqua che stagna –
marcisce l’orgoglio
sotto il fango
di un pezzo d’inverno.
(In foto uno scorcio del fiume Potenza in provincia di Macerata, sera – di un gennaio senza neve)

Un’onda alla volta
arriva, l’urgenza
che lava la sera –
le soglie dei giorni
un conto un rovescio –
il canone inverso
percorso a ritroso
vestito d’attesa.
Poi la strada
ancora in salita
fin dove rimane
la terra, il suo spazio
senz’acqua sul fondo –
la casa.