Apparenze

 

Ciò che non puoi dimenticare, ridillo: in che modo non importa”

Questa, una frase di Margherita Guidacci in una delle sue tante poesie.

Ci sono cose che non si dimenticano, a volte quelle peggiori rimangono incastrate tra gli angoli della memoria senza uscirne. Il processo inverso dell’andare oltre, quando tutto prosegue e quello rimane.

Un po’ come i ricordi, chiudi tutto dentro ma con il tempo le porte si consumano e inevitabilmente lasciano uscire il buio rimasto fermo. Oppure – è la luce che entra dove le barriere, prima o poi,  si sgretolano.

Ad ogni modo, c’è uno spazio colmo, pesante.

Il silenzio è scandito dalle gocce di pioggia,  da qualche scricchiolio intorno, dal cielo bianco e poi buio.

Luoghi muti, scuri di novembre e odore di terra, bagnata, acqua piovana che stagna in mezzo all’opacita’ del giorno che mente.

Non c’è orizzonte, s’è spento sotto una nebbia che gela, più in là della montagna, più bassa, più ferma, più scura, che sbianca, che aspetta. E noi accanto un fuoco a guardarci le piaghe, asciugarci le mani bagnate che più non stringono questo tempo visto immobile, mentre scivola via, come l’acqua del fiume corre, i sassi bianchi, tra i rami spezzati a deviare, a smussare, il fluire e non lava, non si ripete. E ancora inverno.

Ancora mesi che sembrano anni, attese che ricominciano e noi, vestiti solo d’apparenze.

(Paragrafi)

La forma dell’essenza

 

Perché la forma dell’essenza a volte
è il suo viaggio, il suo divenire,
un frattempo di terra – oltre il mare –
per ricominciare

 

PH Michele Mobili

Life in –

 

I miei piedi non hanno mai toccato terra –
ti ricordi quanto rumore fanno i pensieri? –
è vero, il tempo è una pistola carica – speravo di andare lontano,
invece mi sono allontanata restando qui.
Ma la luce in fondo la strada sarà sempre il bersaglio dove vuoto ogni volta il caricatore.

 

(Paragrafi)

Dal testo dei Coldplay “Life in Technicolor

Se fossimo stati

 

Chissà come sarebbe stato
aprire le porte di una casa nuova
metterci dentro ogni giorno
metterci uno dopo l’altro
e volere la stessa cosa –
un disegno
un accendino
il colore di quei giorni
senza le parole
e Vasco mentre bevi.

Verso casa

 

Un giorno ti accorgi che è quello dopo.

La sensazione è la stessa del lunedì mattina, che non si capisce perché ma è sempre un inizio che parte a strappi. Anche se non lavori, anche se lo consideri tu come una domenica non funziona, è sempre lunedì.

Così certe storie,  arriva il giorno in cui ti guardi intorno e cerchi qualcosa, non sai bene cosa ma sei sicura di averlo perso.

Si confonde il tempo, le gioie diventano sfocate, si resta a guardare fuori dai vetri. Il confine cambia, la luce si sottrae, arriva sempre novembre da lì a breve e tutto si ferma. Un po’ come una ruota che d’improvviso scricchiola, lascia un giro, poi due e si blocca, tra l’aria fredda che le passa attraverso.

Ecco, ci si trasforma,  in un silenzio fatto di accondiscendenza,  di consuetudini,  di automatismi doverosi senza più domande. Soltanto la notte, quando il silenzio si fa più scuro, si ritorna indietro, un giro nel tempo in cui l’importanza di uno sguardo era presenza.

Poi l’alba, lo schiarire, il cielo infilato dai pini mentre ottobre t’inganna, l’aria ti tira dalla parte opposta e tu ancora in silenzio.

Uno strappo, la toppa, l’odio da una parte, il verde, l’autunno, è freddo, le crepe, i grigi, la pioggia, il vetro spesso, la stessa strada fino a casa. Poi ancora le case, degli altri, loro, i fiori, i portoni chiusi, il bianco e nero dei vicoli.

Fermo.

Il ritorno di alcuni, immagini che vanno all’indietro, chi sa, chi non capirà mai e nel mezzo la sera, a strisce, sui fili e dietro un controluce e poi,  le curve, il verdenero, il marronescuro, lo spazio stretto, un controsenso senza il rosso.

Non è l’autunno, non si chiamano stagioni.

Il diradarsi della luce è una speranza.

Il voltarsi dalla parte del sole una promessa.

Ma tu rimani lì,  con i piedi fermi, gli occhi chiusi, il fiato corto  e un banalissimo vatuttobene.

 

(Paragrafi)

 

(Photo di Marina Baldoni)