I giorni qui sembrano più brevi. Tante piccole isole tra le nuvole e tu che abiti in una di quelle.
Cadono i colori con l’andare avanti, di queste stagioni quassù, tanti i chilometri da percorrere ancora. Ma io non lascio.
Sibilla corse dietro all’amore, lasciando tutto, credendo di ritrovare se stessa. Io ho corso prima per fermarmi adesso, con lo sguardo di chi ha visto, con il fiato di chi ce l’ha ancora se volesse continuare.
Il tempo non m’inganna più. Ho preso il mio e lo tengo stretto.
Torno indietro solo sulle pagine, quelle dei diari pieni di polvere sulla mensola, per tirarle fuori, quelle parole, correggendo le ripetizioni che oggi, non si ripeterebbero.
Il futuro da cui dovevo cominciare è questo.
Adesso, sento la strada che percorro.
Adesso, guardo tutto ciò che non vedevo.
Adesso, scrivo ciò che ho taciuto per troppo tempo.
Di giochi rimasti in silenzio e Ottobre sullo sfondo.
C’è qualcosa, di dolcemente delicato, nei giochi rimasti all’aria salmastra a fine stagione. Un silenzio interrotto solo dal mare e da chi passa per non voler sparire. Perché le spiagge, nel loro spazio, ti rimettono in piedi. Tu guardi in lungo e in largo e respiri. L’aria che ti entra è bagnata, sa di sale e cura ogni ferita.
Questo, è il mare che amo.
In questa stagione ha i colori più belli perché spezzati, confusi, indecisi, piegati, dalle ore, da ottobre, da chi non lo usa più
e silenzio…
Un silenzio che ricompone, rinsalda, ripristina, si ripete.
Ritorno a ferite chiuse, cicatrizzate da questo sale invisibile nell’aria.
I giochi fermi, in attesa e la sabbia spessa, appesantita dai piedi, troppi, che l’hanno calpestata.
Guardo qualche altro nessuno e traverso la strada che divide il mio mondo.
Ci sono quelle domeniche in cui da casa torni a casa, quella in cui prima di chiamare casa la tua di adesso, lo era davvero, da sempre, ancora.
Non cambiano, le cose, gli stessi sono i colori che poi tornano, insieme alle stagioni, insieme ai luoghi, insieme a chi del tempo ne ha fatto cornice, come le piante.
Da piccola giocavo tra il verde che mio nonno sapientemente curava, con Nino. Ci si nascondeva tra le foglie, si parlava, si ragionava e si rideva un sacco. Il mio amico immaginario sostituiva gli altri quando erano a casa a fare i compiti o semplicemente a guardare la tv. Io che ho sempre avuto bisogno dell’aria e delle sfumature del cielo, preferivo il fuori, senza le attese.
Il problema dell’avere immaginazione credo sia l’ingenuità che ne risiede alla base. La fiducia, che riponi in tutti è disarmante quanto l’accorgerti delle ferite che lasciano tutte le parole in cui avevi creduto senza porti il minimo dubbio.
Tutt’ora inciampo su parole dette e sul filo di un precario equilibrio poi una voce mi chiede:- ma ci credi ancora?
A volte, non la cerco nemmeno la risposta.
Voglio crederci nonostante i chissà, poco importa dell’amaro retrogusto, della miseria di quell’ottimismo forzato. Voglio continuare a pensare che non sia soltanto egoismo, magari timore, magari aridità, magari una maschera per coprire debolezze consapevoli.
Vorrei essere cinica, ma non ci riesco.
Sono ancora quella che si emoziona per un gesto o un bacio e che piange davanti a “Ghost”, quella che scrive, con la penna nera su quaderni a righe. Che cancella, poi riscrive la stessa cosa, perché mi piace sempre la prima e ricopio, in bella, perché come un disegno o una fotografia, per guardarla e respirarla, dev’essere pulita, che a tuffarcisi dentro poi, sono ancora io quando mi rileggo.
Un filo di foschia sul fondo del mare ed è ancora estate.
Nella discesa, a costeggiare le vigne, senza più peso e la strada, di sempre, percorsa meno.
Gli odori arrivano anche a vetri chiusi, perché impressi nella mente, negli anni, nei giorni.
Tornano, immagini, viste dai fogli e noi dentro una fotografia, in queste righe, a macchiare il bianco, sporca quel liscio fluire d’asfalto, quando s’arrende a notte, quando la sbavatura dell’ultima luce confonde il rosso strisciato dal nero che arriva.
Tornare, restare, dove porti il tuo tempo, dove lasci il tuo cercarti, dove hai smesso di voltarti.
Casa.
Senza aggiungere che sei già migliore, quando hai capito la tua.
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