Il punto della sera

 

C’è un punto lì nella sera in cui, certe volte, l’aria passa quasi come un rimprovero, dopo il tuono, la pioggia, che fraziona l’estate – una metà d’agosto – un quarto di voce che non chiede, quella forma perfetta che s’allunga.

Lanci le parole come sassi, dal punto più in alto verso il centro, s’incastrano sicuramente  tra le case della città sommersa e ti chiedi quanto lunghi potrebbero essere i giorni fino all’anno dopo.

Una sacca troppo piena, quel trascinarle con fatica e poi, tutte parentesi aperte, paragrafi sgrammaticati lasciati come barchette di carta alla deriva.

Ti giri e torni, dove hai imparato che l’aria è anche verde, bianca, non solo azzurra. Dove alla fine hai visto che sembra più tuo ciò che non era e meno, ciò che in fondo, è sempre stato.

(Paragrafi)

 

 

Era il 1996

 

“C’è stato un tempo in cui credevo, credevo forte, nonostante chi, in tutti i modi, ha cercato di fermarmi, di distruggermi, chiudermi.
Sono sempre riuscita ad uscire. Andare. Non fermarmi.
Ho cambiato il colore dei capelli perché nel giallo risiedeva l’oro dell’estate, li ho tagliati perché nel lungo sarebbe rimasta impigliata la parte più debole di me, quella che mi spingeva oltre mentre dovevo frenare di più, ormai.
Resta una carta opaca oggi, un rullino vecchio avvolto bene al buio, tanti fogli scritti d’azzurro  di un luogo che non esiste più. “

(Paragrafi)

©LaScrittoressa

Photo archivio Giuliano Offidani ❤

Apparenze

 

Ciò che non puoi dimenticare, ridillo: in che modo non importa”

Questa, una frase di Margherita Guidacci in una delle sue tante poesie.

Ci sono cose che non si dimenticano, a volte quelle peggiori rimangono incastrate tra gli angoli della memoria senza uscirne. Il processo inverso dell’andare oltre, quando tutto prosegue e quello rimane.

Un po’ come i ricordi, chiudi tutto dentro ma con il tempo le porte si consumano e inevitabilmente lasciano uscire il buio rimasto fermo. Oppure – è la luce che entra dove le barriere, prima o poi,  si sgretolano.

Ad ogni modo, c’è uno spazio colmo, pesante.

Il silenzio è scandito dalle gocce di pioggia,  da qualche scricchiolio intorno, dal cielo bianco e poi buio.

Luoghi muti, scuri di novembre e odore di terra, bagnata, acqua piovana che stagna in mezzo all’opacita’ del giorno che mente.

Non c’è orizzonte, s’è spento sotto una nebbia che gela, più in là della montagna, più bassa, più ferma, più scura, che sbianca, che aspetta. E noi accanto un fuoco a guardarci le piaghe, asciugarci le mani bagnate che più non stringono questo tempo visto immobile, mentre scivola via, come l’acqua del fiume corre, i sassi bianchi, tra i rami spezzati a deviare, a smussare, il fluire e non lava, non si ripete. E ancora inverno.

Ancora mesi che sembrano anni, attese che ricominciano e noi, vestiti solo d’apparenze.

(Paragrafi)