Non è così che passo i giorni

 

Questo racconto partecipa al concorso toast, organizzato dal Penelope Story Lab.

Te lo ricordi quando ascoltavamo i Police dentro alla tua auto? C’erano quelle canzoni in cui dovevamo per forza accenderci una sigaretta. Fumavo le Cartier, avevano il filtro bianco, lucido, tu le Gauloise rosse.
Mi insegnavi la meraviglia delle cose e lo credevo un giudizio universale, tutta la luce era abitabile, perfino di notte, ero in ascolto; tutta me era viva per musica e racconti del mondo che avevi già visto tu.
Poi, c’è stato l’ultimo viaggio, un lavoro muto, un ritorno in cui non c’eravamo più. Dovresti guardarmi adesso, non è così che passo i giorni, sai? Hai scalzato le mie strade, ora il loro silenzio è invadente, sono un essere inadeguato in ogni posto. Custodisco assenze da un po’ di tempo, infilo le mie logiche strappate in qualche incavo del corpo mentre penso, le Muratti blu non sono la stessa cosa accidenti, qualcuno deve dirglielo alla Philis Morris.
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Che diritti ho su di te

 

Questo racconto partecipa al concorso toast, organizzato dal Penelope Story Lab.

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A questa distanza qui è stato difficile non baciarti, avrei voluto girarmi e, ma c’era troppa gente, non l’ho fatto.
Ho sorriso, ho pensato mi stessi prendendo in giro, ho pensato Ma dai figurati. Invece questa cosa ha iniziato a camminare dentro, come un piccolo verme che si nutre di storie raccontate, di confidenze, condizionali imperfetti, di incontri che non sono arrivati mai.
I vermi diventano due, tre tanti, lunghi come un rimorso, una rinuncia, mentre passano i giorni e ti chiedi cosa sarebbe successo, dopo. Però quella sera era finita così, a gin lemon e freccette, le carte da briscola sui tavoli e l’aria di settembre.
Guarda, lo spazio si è allargato adesso, siamo tornati due che, Ciao come stai.
Che diritti ho su di te, mi chiedo. Soltanto uno, quello di custodire tutti i vermi che ti ho mostrato, perché non lo sanno tutti quello che porto dentro.
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#150parole
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Ph del Maestro Michele Mobili
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Certi capivano il jazz

 

Questo racconto partecipa al concorso toast, organizzato dal Penelope Story Lab.
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Mi hai detto Fermiamoci qui dai, un posto valeva l’altro.
I tavoli erano di legno pesante, tutti da sei persone, graffiati con le chiavi dell’auto, piene di scritte romantiche e cuori spaccati, sapevano di fumo.
Non ricordo bene quando era iniziata la musica, una ragazza in costume ballava dentro a una gabbia, poi venne un tizio, ti disse una cosa all’orecchio, hai riso buttando la testa all’indietro come facevi sempre, mi hai preso il braccio e mi sono ritrovata con te nella gabbia. Le luci, il fumo, eravamo la contraddizione, la negazione delle regole stabilite, lo spazio stretto del tempo quando si aggiusta.
Andava sempre a finire così, trovavi questi ragazzi bravi, certi capivano il jazz, altri il soul, ma nessuno di loro restava. Avrei dovuto fare come te, continuare a correre, senza fermarmi. Invece.
Adesso guardo queste foto in silenzio, mi giro intorno, e la gabbia è tutta qui.
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Photo del maestro Michele Mobili
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www.lascrittoressa.it
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Il grappolo d’oro

 

Guarda come eravamo ♥️

[eravamo giovani, con un orologio fermo, con le Marlboro light lunghe, con i Police nelle orecchie, le cene a mezzanotte. I panini con la birra, i caffè con le mance, i sogni da raggiungere, i progetti da realizzare, le malinconie a misurare le distanze. Gli amori smisurati, dannati e inconsapevoli.
Chissà se siamo ancora noi o se torneremo a guardare lo stesso luogo con lo stupore di allora. Forse è cambiato il vento, forse siamo arrivati prima che qualcosa avesse potuto accadere davvero. Siamo sul ciglio, in attesa non si sa più di cosa, tutta la vita.]

Grazie Stefano Meriggi e Giusy che conservate quella parte di me che ancora non muore ♥️

Festa del Grappolo d’oro

Potenza Picena

Settembre 1994

Riflessioni

[i contenitori che avevo sono rimasti pieni di niente, cianfrusaglie impolverate dagli anni nelle fessure scurite.
C’era una magia lì fuori invece, o sembrava ci fosse mentre caricavo borse sul passeggino e camminavo a piedi e mi sorprendevo di quell’albero lì ma guarda le prime viole, i fiori, la montagna rigata dall’ultima neve. I muri, i ciottoli, gli odori dei vicoli, del forno, della strada, delle auto, di tutto un tempo sospeso sembrato di qualcun altro.
Oggi piove e sono due secoli. Il passeggino è in soffitta nello scatolone e per uscire prendo un’altra strada. Non è più lo stesso luogo, non sono più quella che credeva all’errore. C’è una sospensione di maldicenza, un’indifferenza stratificata che mi ha insegnato come chiudere la porta e la bocca.
Guardo spesso dalla parte opposta adesso, il ciliegio nudo ancora, senza l’innesto buono è lì anche lui in bilico sul ciglio della terra piena di sassi, devo imparare la direzione giusta, la luce vera. Mi dico comincia a respirare e smetti di contare.]
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Grazie a Sergio Daniele Donati che con le sue riflessioni ha ispirato le mie.

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