Luoghi. E poi.

 

A volte mi fermo davanti allo specchio, guardo dentro gli occhi scavati per vedere se la riconosco un po’ quella cosa lì, quella luce che ha resistito a così tante cose e giorni e luoghi, il vetro mi restituisce solo gli ultimi anni stanchi, cerchiati dal sonno, dalle delusioni che stanno macerando sul fondo del lavandino. Evaporeranno forse con l’acqua bollente in un momento buono, magari quello giusto.
Ogni giorno cerco quel movimento che fa la luce oltre il ciliegio selvatico, oggi la nebbia copre la metà di sopra ed il cielo è un blocco di cemento.
Chiudo l’ultima persiana, il buio è fitto e senza luci, c’è ancora nebbia. Guardo la stanza, l’asimmetria data dalla mia parte colma di libri, guardo gli altri libri appoggiati a terra, dovrei farmi fare una libreria, penso, c’è un vecchio cofanetto, un residuo dei traslochi, una metà della vita che sembra di qualcun altro.
Dovrei buttarle le cose vecchie mi dico, invece conservo tutto, perfino le mollettine luccicose a forma di farfalla di quando avevo i capelli lunghi. Ci sono le spille che mettevo sulla divisa da barman, un braccialetto rotto, due croci d’argento, un lapislazzuli, un  gettone. Mi ricorda le telefonate nelle cabine chiuse, i rumori lontani del bar, di quelli che giocavano a carte la domenica pomeriggio. L’odore della plastica, di aria rimasta chiusa, di chi c’era stato prima, un profumo che si incastrava nelle fessure e nel naso.
C’era, in quel gesto, nel gesto di andare per telefonare, un’ansia dell’attesa, la paura di una risposta mancata, la bellezza della voce.
Richiudo la scatola, rimetto l’ippopotamo morbido e grigio sopra a fare la guardia, scendo di sotto per accendermi una sigaretta.
Guardo la fiamma del camino, come fosse la pausa di una fine giornata, di una fine e basta magari, una contemplazione giornaliera di qualche pezzo, come ad esempio quel passato remoto in cui si faceva il giro delle mura d’inverno sui motorini, in due senza casco, con l’aria che tagliava la mezza faccia scoperta, il naso gelato dal freddo e quella stupida convinzione di far durare un per sempre.
Ho ritrovato soltanto un andarsene invece, la sfacciata verità del tempo quando ti cambia anno per anno anche la voce, la misura delle ore, dell’aria, questo rumore dei motorini quando se ne andavano via e tutto il resto con loro, insieme al chiasso che hanno sempre fatto le marmitte della Giannelli.
.

Racconti brevi
#400parole

Foto del Maestro Michele Mobili

Il grappolo d’oro

 

Guarda come eravamo ♥️

[eravamo giovani, con un orologio fermo, con le Marlboro light lunghe, con i Police nelle orecchie, le cene a mezzanotte. I panini con la birra, i caffè con le mance, i sogni da raggiungere, i progetti da realizzare, le malinconie a misurare le distanze. Gli amori smisurati, dannati e inconsapevoli.
Chissà se siamo ancora noi o se torneremo a guardare lo stesso luogo con lo stupore di allora. Forse è cambiato il vento, forse siamo arrivati prima che qualcosa avesse potuto accadere davvero. Siamo sul ciglio, in attesa non si sa più di cosa, tutta la vita.]

Grazie Stefano Meriggi e Giusy che conservate quella parte di me che ancora non muore ♥️

Festa del Grappolo d’oro

Potenza Picena

Settembre 1994

Riflessioni

[i contenitori che avevo sono rimasti pieni di niente, cianfrusaglie impolverate dagli anni nelle fessure scurite.
C’era una magia lì fuori invece, o sembrava ci fosse mentre caricavo borse sul passeggino e camminavo a piedi e mi sorprendevo di quell’albero lì ma guarda le prime viole, i fiori, la montagna rigata dall’ultima neve. I muri, i ciottoli, gli odori dei vicoli, del forno, della strada, delle auto, di tutto un tempo sospeso sembrato di qualcun altro.
Oggi piove e sono due secoli. Il passeggino è in soffitta nello scatolone e per uscire prendo un’altra strada. Non è più lo stesso luogo, non sono più quella che credeva all’errore. C’è una sospensione di maldicenza, un’indifferenza stratificata che mi ha insegnato come chiudere la porta e la bocca.
Guardo spesso dalla parte opposta adesso, il ciliegio nudo ancora, senza l’innesto buono è lì anche lui in bilico sul ciglio della terra piena di sassi, devo imparare la direzione giusta, la luce vera. Mi dico comincia a respirare e smetti di contare.]
.

Grazie a Sergio Daniele Donati che con le sue riflessioni ha ispirato le mie.

.

Lei

 

Nevica.
Guarda fuori dalla finestra della cucina, quel bianco sembra sincero, eppure.
Lo sa, è tutto un cercare il volto giusto pensa. In questi anni in cui non riesce a trovare posti, perché non esce, ha smesso di esistere. Sta scomparendo. E non è rimasto neanche un pezzo della forma che era.
Ci sono giorni in cui tutto il peso del cielo la travolge, senza riuscire a vedere il mare poi. Con quella montagna lì davanti che per tutto il tempo la guarda e la giudica e sembra dirglielo anche lei che non è, che non esiste per questo posto qui.
Ma.
Nel frattempo ha ripreso le letture vecchie, tutte quelle pagine riposte nelle memoria giovane e chissà dove finite poi, riapre pure i versi, tutti gli spazi vuoti riempiti dalle risposte a matita, quella conoscenza dell’immobilità diventata peso e non risorsa.
Continua a fare eco il suo nome fuori da queste mura, sbatte la voce contro la terra alta, contro la montagna bianca adesso, questo grigio spesso come lana acrilica pesa sulla pelle chiara, compromessa, straziata. Lascia ogni volto sprofondare in qualche passo vecchio che non le appartiene più. Non si chiama allora, la voce che le ritorna addosso è una frusta, ha smesso di gridare, si tiene tutto lì dentro, guarda solo un po’ più in là a denti stretti, con i pugni chiusi meditando la sua vendetta.
Adesso è tutto immobile lì fuori, vede la sua protesta sotto la neve che scurisce nella sera, che non supera la trincea, il suo riflesso assottigliato sul vetro chiuso non dice niente, è un sabotaggio continuo.
.

[Paragrafi]

.

Tutte le cose che sai

Le notti, quelle in cui tira vento come adesso, quelle in cui scricchiola tutto e non dormi perché i pensieri si arrotolano l’uno sull’altro e sei costretta ad aprire gli occhi ogni volta, ogni volta che s’incanala tra i viottoli e fa sbattere le catene dei canali di scolo dei balconi, mi torno in mente. Mi torna in mente com’è che ero, senza filtri, senza fili, senza niente che potesse tenermi, solo gli ideali e qualche punto malfermo.
Non lo sapevo che cosa avrei fatto da grande, non lo so neanche adesso, di sicuro volevo andarmene. Poi la vita accade il più delle volte mentre le cose ti portano via, ti allontani troppo come chi non teme la distanza, invece.
Allora ti racconto degli anni scorsi, del tempo svergognato che ha spogliato ogni mio giorno per non morire senza un rimpianto e mi rendo conto che è una fratellanza lo sguardo sulle cose, tutto quello che ci accomuna alla terra nostra. Perché quando ti dico del mare è lo stesso che vedevi tu, quando ti racconto di quella strada, di ogni posto, tu ne conosci il nome e tante cose non te le devo spiegare, tu le sai. Quando provieni dallo stesso luogo sembra quasi un appartenersi, è la voce del gergo, è qualcosa che sta negli occhi, qualcosa che proteggi per non rompere la strada.
Si deve cadere molte volte per capire come camminare tra gli scogli vero? Che vuoi che ti dica ora, qui ce ne sono tanti, non ho mai avuto le scarpe giuste per non inciampare, il vento passa tra la montagna e scopre tutta la collina qui schiaffeggiando ogni parte scura. L’aria è troppo alta.
Non ho più il mare adesso.
.
[appunti del non viaggio]