Le nuvole di settembre

Si sfilacciano le nuvole di settembre

raccatto le frane della memoria i fili intrecciati
l’inconsistenza dello stato delle cose, adesso.
È ancora presto per le foglie, misuro
il silenzio tra le parole allora, il buio intorno
non custodisce, c’è rumore qui nel pozzo.
Dal bordo nessuno che s’affacci, solo
un cerchio azzurro – le pareti lisce –
e un disarmo che mi piove.

Tzade (diciottesima lettera)

Tzade (diciottesima lettera)
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Non me lo spiego il male,
i sassi lanciati da chi crede di sapere
e la rottura al centro della croce.
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Questo giusto che non si dice è un attrito deformante,
la crinatura della base è fiducia sospesa, ammalata senza cura.
Non ritorna indietro come deve, ti dico, la distanza irregolare
mi istruisce nel silenzio, lo spessore verte all’ignoranza come un sasso
lanciato sulla croce, calcifica male lo spazio in cui mi trovo rotta.
C’è bisogno di sintesi verbale penso, in questo mondo loro
non c’è giustizia nelle cose ripetute, un credere in dio, Sì ma,
una preghiera che vacilla e stordisce spiegazioni nella notte.
L’assegnazione del mio tempo sempre uguale svuota il calendario,
l’incertezza degli spaventati m’inciampa i giorni uno sopra l’altro.
Mi guardo indietro
Non cancello
Riscrivo.
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#alfabetoebraico

Pe (diciassettesima lettera)

PE (diciassettesima lettera)
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Costruisco cumuli di parole entrate male, assorbite
dalla pelle, come un veleno per topi ingoiato lentamente
dentro bicchieri di latte caldo mentre penso, guarda
come crollano adesso tutte quelle spiegazioni,
non c’è nessuno, non c’è più voce. Continuo a trattenere
ancora il fiato, la tasca dell’errore, lo sbaglio che ogni volta
non chiude questa bocca, la pancia. L’uccisione
è la parola a forma di coltello, quello da cucina,
il taglio netto, una vena dopo l’altra, giorno dopo giorno –
non c’è più sangue – contengo fiato sprecato adesso. Una iperlessia
mi sta tutta intorno, la trasmissione sbagliata forse
disconosce ancora il vero. Allora, non mi racconto più.
Mi scanso.
Divergo
Allontano.
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#alfabetoebraico
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Ayin (sedicesima lettera)

 

Ayin (sedicesima lettera)
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Uno strabismo volontario, il mio.
L’occhio torvo, guarda dietro e la parola [liquida]
ha la forma distorta del suo contenitore.
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Uno sguardo torvo, adesso, mi contiene,
non s’addensa la parola scelta, s’impiglia
soltanto per ferire. Mi prosegue una rottura
lo spacco più grande del suo contenitore,
l’asfalto trema e perdo l’equilibrio, cadono
puntellature esplose dall’interno. Rinascere
vuol dire chiedermi chi siamo, questo
numero incerto, contato male, un’origine
caduta sulla parte offesa. Non c’è perdono,
non c’è tempo che possa assorbire, rimane
un fil di ferro intrecciato in fretta.
L’occhio giusto adesso è affetto da miopia,
la rifrazione non mette a fuoco i giorni esatti.
Oltre la fessura delle palpebre non vedo,
uso lenti scure, indosso dispiaceri diffusi,
sono questo mucchio d’ossa cadute intorno. Alzo la testa, cerco il varco. Tu sai guardare,
mi dicono. Devo imparare a respirare.
Mi incammino.
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#alfabetoebraico

Samekh (quindicesima lettera)

 

La colla la maniglia –
l’appiglio – la risposta
quando sta nel cerchio.
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Ho imparato il giro, i millimetri sono spazio stretto
il collante non può reggere tutto il peso e allora
mi faccio silenzio, non so se riesco ad essere maniglia.
La risposta nel cerchio è tempo interrotto, strappato
dal muro, pareti intere d’indifferenza da trapassare
intanto che mi bussa il mondo, combatto
battaglie
cieche e sulla soglia non mi sporgo, aspetto, ripeto.
Rimango aggrappata alla notte, spesso, la mano stretta
a pugno, solo una feritoia consentita per la luce
il sogno rimasto addossato alla fatica, ancora,
senza direzione senza cucitura, i pezzi mancanti
da ristabilire. Mi tengo scritta per non cedere eppure.
Ogni giorno
Mi rialzo.
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#alfabetoebraico