Le verità

“Ci sono giorni in cui il ricordo di te mi fa prendere a calci tutte le parole che ho messo da parte. La verità di cui parli è un muro alto appena sopra la testa eppure io non so salirci. O forse riuscirei ad arrampicarmi ma sarebbe troppo difficile passare dalla parte opposta fingendo di aver fatto la cosa giusta.
Ci sono giorni in cui osservo tutto questo non dire, è come facesse un giro in tondo senza fermarsi mai.
Dovrei darti ascolto, dovrei scriverlo davvero il vero, tutto ciò che ogni volta il peso ha rovesciato, la mia misurazione dei giorni in silenzio, la conta di una fine che non finisce. Ogni filo spinato che ha ferito carne e pancia, ogni rinuncia e i miei “non importa”.
Invece ricalcolo i verbi e a ritroso allento le morse, tengo la luce accesa guardando gli spigoli delle ombre agli angoli delle porte. Aspetto che tu torni un giorno o una sera chissà magari poco distante da qui per riuscire a guardarti, prima che il ricordo sbiadisca, per dirti con la voce tremolante che non ce l’ho ancora fatta, che mi devi stringere forte un momento solo, che mi devi guardare dritto negli occhi perché tu sei cura, per i tagli per le ferite dalle lame vive; perché senza che tu smetta di salvarti puoi salvare anche me.”
[Paragrafi]
©LaScrittoressa

Buone Feste ♥️

 

Amarsi è come avere addosso un salvagente, come sopravvivere in questo mare mosso e imprevedibile che ti porta, ti prende, ti lascia, ti abbandona.
Ricucirsi nonostante il sale e rimanere sul filo, senza affondare senza lasciarsi.
Un giorno alla volta, perché la vita la misuri con gli occhi, con quello che vedi e le parole che lasci.

Buone Feste ♥️

©LaScrittoressa

Ognuno può diventare soltanto se stesso

Ormai per il freddo tutto è chiuso. Per via dell’autunno sì, arrivato così da un giorno all’altro senza nemmeno un po’ di pioggia un po’ di cielo scuro insomma senza far immaginare nulla, soltanto la seconda metà di ottobre ecco, giusto quella.
Guardi fuori dalla parte del mare, verso est, che poi il mare non lo vedi comunque perché ci sono le colline, gli altri paesetti la terra e tutta terra cielo terra e cielo ancora e ancora e lì ti viene da pensare. Ti ricordi cose, persone di una vita fa in cui eri talmente diversa da non sembrarti neanche tu. Eppure.
Tu eri quella che. Quella che il tempo oggi ha piegato in quattro.
Non ti vedi più.
Aspetti ogni giorno guardando più a nord, la prima neve i primi passi le prime parole, non c’è più alcun dubbio, non c’è mare. Tanti gli errori, forse qualche rimpianto.
Un come stai perché vatuttobene.
Adesso sei spazio tra le righe, cancellate poi riscritte, mille anni divisi in due parti del prima e dopo.
Ti ricuci ogni notte. Ago e filo una trama che di giorno si disfa. Poi un passo avanti all’altro lo sguardo basso il respiro corto nell’aria fredda sempre e i giorni in fila, anno dopo anno però tu ferma dove è cominciato, chiudi gli occhi e in quel mondo parallelo sorridi, perché te lo ricordi bene, ancora.

©LaScrittoressa

(Paragrafi)

[Appunti del non viaggio]

Chi sei

 

Chi sono io?
La Marlboro con i Police nelle sere d’estate, sullo sfondo di un piccolo Borgo che guarda l’orizzonte oppure la corsa delle mattine fredde tra i muri scrostati.
Il tempo trascorso, mille me andate mai ripetute chieste indietro senza averne mai più, chi cerco alla fine è soltanto una parte, non ha silenzio, non ha lo spazio. Coagulata in mezzo a grumi di parole dette dagli altri, luoghi calpestati senza impronte soltanto ore alternate agli inverni e ogni tanto un po’ di mare.

(paragrafi)
(Appunti del non viaggio)

©LaScrittoressa

[Michele Mobili Photo – Elisa Gelosi Model]

Quella metà della vita

[…]
“Sì che ci credevi. Ci credevi come quando hai quattro anni e tuo papà ti dice che sei un campione, o come quando tua madre ti dice che ti vuole bene.
Ci credevi alle cose, alle persone, a quello che accadeva. Agli uomini credevi, a quelli vestiti bene, perché con la cravatta tutto era più composto, anche l’assurdità di certe affermazioni.
Pensavi che dietro un bel vestito ci potesse essere una maturità priva di bugie, una consapevolezza buona a costruire, un futuro, un pezzo di vita insieme, magari chiamata pure famiglia chissà. Ci avevi creduto, e sorridevi. Sorridevi alla vita meravigliosa, alle cose belle, al sole che filtrava dalle fessure delle serrande nuove, dell’appartamento nuovo, arredato con mobili nuovi, le tende nuove, ogni dettaglio scrupolosamente studiato per essere perfetto. Perché era come nelle favole, la casa delle bambole, quasi tua la casa e bambola tu, quella bella, quella con i capelli lunghi, con i capelli biondi.
Non ti ricordi di preciso quando è stato il momento in cui qualcosa è caduto, senza rompersi subito certo, ma si è andato sgretolando pian piano. Ogni giorno lentamente perdeva qualcosa, anche il silenzio della casa nuova che era bello, perché pieno, perché nuovo, perché ti aveva reso grande ormai, abitando con tuo marito, un marito che non c’era più come prima o forse c’era come prima ma sembrava non ci fosse affatto.
Allora hai cominciato a tenere la radio accesa, notte e giorno, così che il silenzio s’arrotondasse un po’.
Con la musica però la mente girava più veloce, le immagini correvano dietro alle canzoni, traccia dopo traccia, giorno dopo giorno, fin quando hai deciso di smettere, di vivere i tuoi vent’anni, di lasciare le domande nel lavandino e uscire per capire quella parte del mondo rimasta a metà.
Te lo dicevano che non sarebbe stato facile ma tu non davi ascolto mai a nessuno che non fosse la tua stupida testa.
Sei andata fuori, fuori città, fuori di testa, fuori luogo, fuori dagli schemi che tutti abbiamo, intanto che le stagioni passavano, le cose restavano imballate negli scatoloni, la vita diventava liquida, gioco, notte, fumo, spazi immensi in alto sopra le rocce ferme.
Hai gridato, forte, hai imparato a respirare, piangere meno, correre più veloce, ridere sul serio, ascoltare le voci, le confidenze, il vento che girava intorno la casa, un’altra in affitto poi, sulla cima, tra gli alberi e gli scoiattoli che la mattina traversavano la stradina dall’asfalto rovinato, pieno di buche, l’odore di un tempo quasi immobile, quasi sospeso, senza un confine da guardare dalle finestre troppo piccole, gli scuri troppo scuri e le stanze troppo brevi.
Hai ricominciato, dopo il cavalcavia, dopo un giro di primavere, dopo il freddo che fa la neve in un posto tanto alto, hai saltato i dispiaceri, azzerando ogni distanza con il mare, gli scatoloni sempre appresso, ogni pezzo avvolto nella carta di giornale, le notizie vecchie nei bicchieri nuovi, e sei tornata a cercare niente, un’altra casa bianca, un altro posto solo, un altro tempo che potesse riavvolgere tutto il nastro lacerato, il recupero degli anni passati a domandarsi con la testa dritta di fronte ai vetri chiusi, invece no. Non hai recuperato niente perché le cose vanno, accadono, si ricostruiscono, si sbagliano, svaniscono, ti cadono addosso e in tutto questo non puoi fare altro che riconoscerti, senza mai perderti attorno lo sbaglio più grande.
Perché non è la verità ad essere sbagliata, hai sbagliato tu a prenderne una che non somigliava affatto al tuo modo di amare la vita.
[…]

– La storia di Sara

(Paragrafi di racconti)

©LaScrittoressa